Kindle





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Il Kindle – il libro elettronico prodotto da Amazon – è oggi uno status symbol per nerd: l'ancora di salvezza dei topi di biblioteca che sperano di traghettare i loro tomi in via d'estinzione nella nuova era della conoscenza immateriale; una tavoletta sgraziata e ingombrante che sta all'iPod come un Fiorino sta a una Ferrari.
La storia, però, è piena di invenzioni che – concepite per risolvere un problema – hanno finito col trovare un'applicazione differente. Rispetto al libro, spiace dirlo, il Kindle è una tecnologia inferiore. Avrà anche più memoria, ma perde su tutta la linea in termini di user friendliness. L'idea di portarselo a letto per concludere una giornata farebbe accapponare la pelle di qualsiasi lettore degno di questo nome.
In compenso, c'è chi – come l'Economist – pensa che il Kindle abbia un futuro sul tavolo della prima colazione, tra cornetto e cappuccino. Il vero problema dell'industria editoriale americana, infatti, non sono i libri, bensì i giornali. Tra il 2000 e il 2007, la circolazione dei quotidiani è calata di cinque milioni di copie: oltre il 10 per cento. Nello stesso periodo, la percentuale di americani che considerano internet la loro principale fonte di informazioni è passata dal 13 al 40 per cento, con la carta stampata relegata al 35.
Per un periodo, gli editori si sono cullati nell'illusione che i redditi pubblicitari su internet potessero supplire al tracollo delle edizioni cartacee, ma la crisi finanziaria ha fatto venire i nodi al pettine: le inserzioni online sono lontanissime dal compensare il calo delle copie vendute. Perfino siti d'informazione creati ex novo – come The Politico – continuano a trarre la maggior parte delle proprie entrate dalla distribuzione dell'edizione cartacea.
Nel corso degli ultimi mesi, i fiori all'occhiello del giornalismo made in Usa sono stati costretti a fare i conti con la realtà: il gruppo editoriale che pubblica il Chicago Tribune e il Los Angeles Times ha chiesto la bancarotta; il Miami Herald – vincitore di 19 premi Pulitzer – è stato messo in vendita dal suo proprietario. E lo stesso New York Times è stato costretto a fare appello al miliardario messicano Carlos Slim e a ipotecare il grattacielo di Renzo Piano nel quale aveva trasferito la redazione appena l'anno scorso.
Il problema non è tanto – o non solo – quantitativo. Il volume della pubblicità online è ancora limitato, ma con tassi di crescita tuttora molto veloci. Se e quando la crisi finanziaria darà segni di miglioramento, c'è da scommettere che gli investimenti pubblicitari sulla rete subiranno un'ulteriore impennata. Il problema, per gli editori di carta stampata, è soprattutto qualitativo.
Per ovvie ragioni, gli inserzionisti non desiderano essere associati a quelle che gli americani chiamano hard news. Sponsorizzare un reportage sullo snowboarding o un'intervista a Paris Hilton gli sta benissimo, ma non hanno alcuna voglia di vedere il loro marchio vicino a un'inchiesta politica o a un servizio sulla recrudescenza del terrorismo islamico a Mogadiscio.
Al tempo dei giornali di carta, la vendita delle copie al pubblico consentiva di mitigare l'influenza degli inserzionisti, conferendo una sorta di quota di partecipazione ai lettori: i quali si supponevano essere interessati alle hard news, oltre che alle paillettes. Nella tradizione del giornalismo americano, le pubblicazioni più impegnate – dal Washington Post alla New York Review of Books – hanno sempre basato la propria sopravvivenza assai più sugli abbonamenti che sulla pubblicità.
L'avvento di internet ha rivoluzionato le regole del gioco senza, fino a questo momento, far emergere una soluzione. I tentativi di far pagare l'accesso ai contenuti editoriali online sono falliti uno dopo l'altro senza che sia emerso alcun modello alternativo. Il fantasma che aleggia sulle redazioni d'Oltreoceano, di conseguenza, è quello della trasformazione della stampa Usa in una sorta di gigantesco infomercial, una melassa di comunicazioni più o meno commerciali dalla quale sarebbero banditi per sempre gli ingredienti che hanno fatto grande il giornalismo a stelle e strisce: le inchieste, i reportage, il legame con il territorio, l'obiettività e l'indipendenza di giudizio.
Alcuni pensano che non ci sia nulla da fare. Il giornalismo di qualità è destinato a diventare un'attività non profit: tanto vale che gli editori si trasformino in fondazioni senza scopo di lucro e vadano a caccia del Bill Gates di turno disposto a finanziare le loro opere benefiche.
Altri, però, continuano a credere in un business model vero, che coinvolga i lettori e consenta di superare la distribuzione cartacea senza rinunciare a far pagare il contenuto editoriale. È a questo punto che entra in scena il Kindle.
Può anche darsi che la tavoletta elettronica di Jeff Bezos non regga il confronto con un buon libro: in fondo la lettura è – prima di ogni altra cosa – un piacere. Il giornale, però, sta a metà strada. In linea di principio risponde a un dovere d'informazione, anche se poi molti ne traggono un sottile godimento. Ecco perché serve uno strumento ibrido, capace di combinare la razionalità del formato elettronico con la piacevolezza della carta stampata. L'ideale sarebbe un Kindle baciato dalla grazia di Steve Jobs.



Oggi sono 240.000 gli E-books disponibili con Kindle. Ogni dispositivo può contenere fino a 200 libri e 500.000 sono i dispositivi venduti da Amazon nel 2008 secondo le recenti analisi di Citigroup

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