La Repubblica: un esempio di giornale On-line

Pubblicato il da Cristiano Nesta



Sono circa 11.500.000 gli utenti unici al mese che visitano il sito internet dell'ambito giornale che dal 14 gennaio del 1976 esce quotidianamente in edicola. E' singolare constatare come, nella maggior parte dei casi siano i soliti lettori del formato cartaceo a visitare le pagine on-line de La Repubblica (ciò avviene anche per quasi tutti gli altri giornali) senza riscontrare il fatto che il più delle volte sono riportati i soliti identici articoli. Dunque si legge ciò che si è già letto la mattina stessa.
E' allo stesso modo evidente come la costruzione della pagina web sia costruita ad immagine e somiglianza di quella del quotidiano in vendita.
Esistono tuttavia delle differenze sostanziali (che caratterizzano anche gli altri giornali On-line) tra i due formati. Innanzi tutto basti pensare alle persone che lavorano alla redazione del giornale stesso: una statistica evidenzia che per 100 giornalisti che esercitano sul cartaceo ce ne siano solamente 8 On-line.
Un altra differenza sostanziale sta nel linguaggio: la versione On-line de La Repubblica (e del 95% dei giornali sul web) presenta quasi solo titoli, aggregati di notizie. Ci si chiede allora quali vantaggi ci siano nel consultare un quotidiano On-line anziché un agenzia di stampa che produce un numero maggiore di notizie con praticamente le solite modalità di scrittura.
La trasformazione del giornale non finisce qui. Ci sono elementi che rendono lo sfoglio delle notizie particolarmente suggestivo e originale, quelli che poi sono gli elementi fondamentali del web: link delle notizie correlate e opzioni di categoria. Un altra differenza sostanziale è scaturita dai video e dalle immagini, in particolar modo dalle Photo Gallery, chiavi di lettura fondamentali che però identificano anche un limite, una delega che cancella automaticamente l'utilità del testo scritto.

Ci si chiede quindi quale potrebbe essere la soluzione per riuscire a dare credito al giornale on-line e ad evitare una crisi che sta colpendo tutto il mondo dell'editoria.
Una risposta possiamo trovarla tra le cronache di un altro giornale che poco differisce da La Repubblica, Il Corriere della Sera.


Svolta L’annuncio nel pieno della crisi dell’editoria. E il titolo sale a Wall Street
Murdoch: i giornali online si pagheranno

«Siamo fiduciosi di poter trovare il modello giusto»

 

WASHINGTON —
I giorni dell’informazione on-line aper­ta e gratis per tutti potrebbero essere contati. Entro un anno, Rupert Murdoch è deciso a far pagare l’accesso ai siti Internet di tutte le testate del suo impe­ro mediatico, la News Corpora­tion, sulla scia di quanto fa già oggi per il Wall Street Journal. Il tycoon australiano lo ha an­nunciato in una conference call con un gruppo di analisti finan­ziari, durante la quale ha schiz­zato un quadro piuttosto ottimi­stico sulle prospettive dell’indu­stria dei media, dove la pubbli­cità riprende poco a poco a tira­re: «Ci sono segnali emergenti in alcuni dei nostri settori, che i giorni dei crolli precipitosi sia­no alle spalle e gli introiti co­minciano ad acquistare salute». Per forza o per amore, Wall Stre­et ha reagito positivamente al­l’annuncio, regalando al titolo un robusto 2 per cento. Ma è stato il passaggio sulle Web site a pagamento, quello che ha destato più clamore e at­tenzione, preludio a un radicale cambio di stagione e di model­lo culturale, che potrebbe avere conseguenze incalcolabili sul futuro dell’informazione, scrit­ta e digitale.

«Siamo nel bel mezzo di un dibattito epocale — ha detto Murdoch sul valore dei con­tenuti ed è palese che il model­lo attuale non funzioni bene per molti giornali. Noi siamo stati all’avanguardia di questa discussione e siamo fiduciosi di poter trovare un nuovo mo­dello. I giorni attuali dell’Inter­net finiranno presto». Il capo di News Corporation, proprietario fra l’altro di network televisivi come Fox, Sky e di giornali come il Times di Londra o il New York Post, ha definito positiva l’esperien­za del Wall Street Journal, il quotidiano finanziario che ac­quistò nel 2007 e che si può leg­gere completamente on-line so­lo a pagamento. Murdoch ha ci­tato un esempio recente: ben 360 mila persone hanno scarica­to un programma del Journal per l’iPhone in tre settimane. Alla domanda su quanto tem­po, secondo lui, occorrerà per­ché i giornali del suo gruppo possano recuperare dall’uso di­gitale, quello che perdono at­tualmente nella carta stampata, l’editore ha risposto: «Un paio d’anni, spero meno, ma potreb­be anche essere qualcosa di più». Oltre a farsi pagare l’acces­so on-line, Murdoch è deciso a sfruttare l’uso crescente dei co­siddetti lettori mobili: «È molto significativo che così tanta gen­te usi il Blackberry per infor­marsi.

Oltre la pubblicità, credo ci siano molte che noi possiamo fare in que­sto campo». I commenti di Murdo­ch cadono con fragore nel panorama della car­ta stampata, in America e nel mondo, dove i giornali si confrontano con una crisi sistemica, scandita dal crollo della pubblicità e dalla drasti­ca contrazione delle ven­dite, che li costringe a do­lorose ristrutturazioni. Ne­gli Usa, soprattutto, il qua­dro è drammatico anche per le testate storiche: il Rocky Moun­tain News di Denver ha chiuso i battenti, il Chicago Tribune è in amministrazio­ne fallimentare, il Seattle Post e il Christian Science Monitor hanno abolito l’edizione cartacea ed esisto­no solo in rete, mentre il glorioso Boston Globe ha scongiurato per ora la chiusura, so­lo grazie a un pro­gramma di tagli per 10 milioni di dollari concorda­to con il sindacato. In tutte le re­dazioni, compresi New York Ti­mes e Washington Post, si regi­strano tagli pesanti al numero dei giornalisti. Ma ora Murdoch sembra of­frire una soluzione. «Non è il so­lo ad essere convinto che gli in­troiti della pubblicità on-line da soli non bastano», dice Jo­shua Benton, della Nieman Foundation for Journalism alla Harvard University, secondo il quale «in ogni gruppo di lettori c’è qualcuno disposto a tirar fuori dei soldi». La sfida sarà di trovare il modo di «far pagare quel piccolo gruppo, senza alie­narsi gli altri, trovando i prodot­ti informativi sui quali si può chiedere un compenso per il lo­ro consumo».


Paolo Valentino




 

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