Sunday 21 june 2009 7 21 /06 /Giu /2009 11:30

Los Angeles - Kudo Tsunoda, un ragazzone americano d'origine giapponese, si agita nella piccola stanza bianca a Los Angeles. È alto, massiccio, con capelli lunghi e occhiali da sole marroni anni Settanta. Ma soprattutto corre da una parte all'altra sudando senza ritegno. "Il bello di Project Natal", spiega, "è che basta il tuo corpo" e indica il grande schermo a qualche metro da lui, dove una sagoma semi trasparente riproduce esattamente i suoi movimenti. Tutto merito di una videocamera 3d con doppio obiettivo e microfono, prototipo di un apparecchio che uscirà nel prossimo futuro per l'ultima console Microsoft, l'Xbox 360. "Ma questo non è nulla", aggiunge Tsunoda, "perché possiamo anche trasferire oggetti reali nei mondi virtuali, come un disegno e i personaggi virtuali saranno in grado sia di adoperarli sia di distinguere i colori, leggere le nostre espressioni del volto e cogliere i differenti toni della voce grazie al microfono. In una parola potranno vederci e sentirci".
Ecco come le macchine diventeranno umane, "replicanti". E non sarà grazie a qualche mainframe usato dal solito team di ricerca del Massachusetts Institute of Technology, né all'ennesimo robot costruito a Tokyo o in qualche laboratorio militare segreto. Il merito dell'aver trasformato in realtà un vecchio presagio della letteratura fantascientifica rischia di andare al più giovane e immaturo settore dell'intrattenimento. A quei videogame fino a ieri sinonimo di cupa adolescenza e di isolamento.
Per capire cosa sta succedendo davvero bisogna fare un passo indietro e tornare all'arrivo della Wii Nintendo, uscita appena tre anni fa. Con il suo controller con sensori di movimento da agitare volta per volta come una racchetta da tennis o come una spada, è stata la prima a tentare di assomigliarci dato che tutti possono usarla senza dover imparare alcunché. Anche la Sony, nel 2003, aveva sviluppato qualcosa che andava nella stessa direzione: una videocamera da connettere alla PlayStation 2 chiamata Eye Toy che traduceva i movimenti delle mani in comandi. Tecnologia innovativa ridotta in seguito a una serie di giochi dove il massimo del divertimento era agitare le braccia davanti alla webcam per pulire vetri.

Il passo successivo? Niente più dispositivi da tenere in mano da un lato e personaggi digitali capaci di entrare nel nostro mondo dall'altro. Guidare quindi una macchina impugnando un volante immaginario e spostando in avanti o indietro il piede destro per accelerare o per frenare. Oppure muovere il palmo da destra a sinistra per sfogliare il catalogo dei giochi e dei film contenuti sull'Xbox 360. Un po' come avveniva in Minority Report, il film di Steven Spielberg del 2002. Del resto il sessanta per cento delle famiglie americane non ha ancora una console e l'unico modo per portar loro l'intrattenimento digitale è rendere la tecnologia invisibile, stando allo stesso Spielberg.
L'aspetto davvero rivoluzionario però è il secondo. Non a caso la Microsoft ha appena nominato direttore creativo degli studi europei Peter Molyneux, game designer inglese visionario e parecchio eccentrico con una vena narrativa simile a quella di Tim Burton. "Con Project Natal raccontare storie molto, molto più profonde e coinvolgenti diventerà finalmente possibile". Ovvero? "La camera digitale 3d funziona anche al buio essendo a infrarossi, consente dunque di inventare cose splendide e spaventose al tempo stesso. Questo potrà significare ad esempio trasferire il soggiorno del giocatore dentro un videogame e far apparire qualcuno all'improvviso in casa sua. Potremo farlo camminare dietro di lui, farlo sedere al suo fianco, fare in modo che lo guardi negli occhi e gli faccia delle domande precise. Magari che gli chieda in prestito gli occhiali o di esser presentato agli altri membri della famiglia". E alla domanda state lavorando a qualcosa di simile? "Stiamo lavorando a tante cose differenti", continua glissando Molyneux. "Il primo impulso, inevitabile, è utilizzare questa tecnologia nei generi di videogame più popolari. Poco importa se sparatutto, arti marziali, corse in macchina. Eppure la sua forza non sta nel cambiare l'esistente, che comunque non sparirà, ma nel permettere di creare quel che oggi non c'è. È una porta aperta su un universo emotivo del tutto nuovo".

Possiamo quindi cominciare a immaginare un futuro nel quale il lavoro dei game designer e degli sceneggiatori di giochi non sarà più quello di costruire invasioni aliene o luoghi pieni di zombie. Si concentreranno invece nel dare forma a personalità digitali complesse da inserire poi in ambienti digitali così articolati e fusi con il nostro che magari non avranno nemmeno più bisogno di una trama precisa. Perché saremo noi stessi a metterla in piedi. O, al contrario, se i progetti di Molyneux dovessero restare in buona parte su carta, ci ritroveremo con uno strambo Tamagotchi che fa solo finta di ascoltarci perché ostacolato da troppi limiti tecnici e da una programmazione superficiale.
Comunque vada, nel farsi più umane le console perderanno sempre più la loro identità di macchine. Nessuno infatti parla più di velocità del processore, di grafica, di memoria. "Il motivo è semplice", rivela Shigeru Miyamoto, "padre" di Super Mario e mente creativa della Nintendo. "Tutti ci siamo accorti che dedicare troppa attenzione all'hardware è sbagliato, ora conta solo il tipo di esperienza e le emozioni che si possono trasmettere".

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Friday 19 june 2009 5 19 /06 /Giu /2009 20:56
Sono 35mila i blog analizzati dal Berkman Center for Internet Society. Al-Jazeera, la BBC e Al-Arabiya i siti di news più seguiti. La questione palestinese è l'argomento politico più discusso. Con i bloggers che criticano in modo molto duro il terrorismo. Studiare l'impatto dei blog sulla democrazia nei paesi arabi e immaginare gli scenari futuri di una delle aree più "calde" del mondo. Questo l'obiettivo da cui è partito il Berkman Center for Internet Society dell'università di Harvard, un gruppo di studio che si occupa del legame tra internet e democrazia. I risultati sono stati pubblicati ieri in "Mapping the Arabic Blogosphere: Politics, Culture and Dissident". I paesi conivolti dalla ricerca sono il Marocco, la Tunisia, l'Algeria, l'Egitto, l'Arabia Saudita, il Kuwait, l'Iraq e la Siria. Gli studiosi di Harvard hanno identificato circa 35mila blog attivi. Tra questi sono circa 6mila i più frequentati. I bloggers arabi risultano essere nella maggior parte giovani e di sesso maschile. Il paese con la più alta concentrazione di donne blogger è l'Egitto.
Analizzando i link effettuati da ogni utente sul proprio blog, i ricercatori hanno identificato le testate d'informazione più seguite: su tutte Al-Jazeera, seguita dalla BBC e da Al-Arabiya. Molto cliccati anche YouTube, dove i giovani arabi preferiscono guardare video a sfondo politico e culturale, e Wikipedia sia nella versione araba che in quella inglese.
Molti blog sono in forma di diario ma quando i web-writers affrontano la politica restano legati agli argomenti del Paese di provenienza. L'unico tema trans-nazionale molto trattato è la questione palestinese e in particolare la situazione di Gaza. Migliaia i post sull'argomento durante il riavvampare del conflitto lo scorso dicembre.
Nei blog arabi si scrive molto anche di religione, trattata nella maggior parte dei casi da un punto di vista molto personale. Al centro dell'attenzione anche il tema dei diritti umani. Sul terrorismo i bloggers arabi si mostrano ipercritici e non mancano dure riflessioni sulla politica estera degli Stati Uniti d'America. L'esito dello studio ha permesso ai ricercatori americani di affermare che "come nel resto del mondo, anche nei Paesi arabi le comunicazioni basate su Internet offrono nuovi canali per l'espressione dei cittadini e contribuiscono a creare un contraltare all'informazione pubblica tradizionale". Una caratteristica che unisce l'oriente con l'Occidente. Un ponte online in grado di "smantellare molti stereotipi e, forse, di anticipare quel nuovo inizio auspicato da Barack Obama nelle relazioni tra mondo arabo e mondo occidentale", concludono i ricercatori.
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Tuesday 16 june 2009 2 16 /06 /Giu /2009 17:11


Lascio la parola a Guido Scorza, che sicuramente, meglio di me, saprà spiegare ciò che sta avvenendo.

 

 

Roma - Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere "chiusa per rettifica". È questo il senso di quanto è accaduto nei giorni scorsi in Parlamento, dove per effetto dell'approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l'idea di obbligare tutti "i gestori di siti informatici" a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.
Non dar corso tempestivamente all'eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di "gestore di sito informatico": la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.
Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all'indomani dell'entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell'analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.

L'intervento normativo in commento mira, nella sostanza, a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione di informazioni online - avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale - la vecchia disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell'8 febbraio 1948 e, in particolare, il suo art. 8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti nel nostro ordinamento con tale legge: l'obbligo di rettifica.

La legge sulla stampa, tuttavia - come probabilmente è noto ai più - costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente in seno all'assemblea costituente ormai oltre sessant'anni fa ed ha, pertanto, già mostrato in diverse occasioni un'evidente inadeguatezza a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti. Si tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento di "aggiornamento" urgente, competente ed approfondito o, piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più grandi rivoluzioni del mondo dell'informazione nella storia dell'uomo. Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo.
Ma c'è di più.
Sono anni che si discute ad ogni livello - nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento ed a Palazzo Chigi - della possibilità e opportunità di estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare, le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura e condivisa.
La brutta ed ambigua riforma dell'editoria introdotta con la legge n. 62 del 2001, il famoso DDL Levi ribattezzato l'ammazza blog presentato e poi ritirato, il DDL Cassinelli ovvero il "salvablog" tuttora in attesa di essere discusso alla Camera dei Deputati e la "storica" condanna dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli ultimi anni, alimentato - in Rete e fuori dalla Rete - un dibattito complesso ed articolato senza vincitori né vinti. L'entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una volta per tutte, che la disciplina sulla stampa - o almeno una parte importante di essa - si applica a qualsiasi forma di comunicazione e diffusione di informazioni nel cyberspazio.
Difficile resistere alla tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile la scelta del legislatore che è entrato "a gamba tesa" in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e questioni e che ora rischia di infliggere - non so dire se volontariamente o inconsapevolmente - un duro colpo alla libertà di manifestazione del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti e dinamiche.
Nel Palazzo, domani, qualcuno - nel tentativo di giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet - dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o ritenuti lesivi dell'altrui reputazione o onore. Libertà fa rima con responsabilità è il ritornello che sento già risuonare nel Palazzo.
Il problema non è, tuttavia, il ritornello che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato.
The web is not the press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è, pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione online la speciale disciplina dettata per l'informazione professionale. Dovrebbe essere evidente ma così non è. Gestire le richieste di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito è un'attività onerosa che mal si concilia con la dimensione "amatoriale" della più parte dei blog che costituiscono la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o, piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico e sociale e, come tali, insuscettibili di "disturbare" chicchessia. Allo stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l'autore del contenuto la veridicità dell'informazione diffusa e, quindi, l'effettiva sussistenza o meno dell'azionato diritto di rettifica.
Risultato: o si doterà - peraltro non a costo zero - di una struttura idonea a pubblicare d'ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora, deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della rettifica stessa.
Sembra, in altre parole, evidente che la nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato quello di abbattere sensibilmente la vocazione all'informazione diffusa che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero libero - o quasi-libero - di divulgazione di quello straordinario patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche cartacee, radiofoniche o televisive che siano. Da domani, quindi, i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire la loro ed ad altrettanti "giornalisti diffusi" di raccontare storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace.
Ma c'è ancora di più.
Il senso dell'obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l'esigenza di "rettificare" un'informazione diffusa da un giornale non potrebbe farlo o meglio resterebbe esposto all'arbitrio del direttore della testata, libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica. Non è così, tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove - salvo eccezioni - chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per replicare e/o rettificare l'altrui pensiero. È questo il bello dell'informazione non professionale online ed è questa una delle ragioni per le quali l'informazione in Rete è - sebbene ancora per poco - più libera di quanto non lo sia quella tradizionale.
E per finire, dopo il danno la beffa.
Mentre, infatti, la nuova legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti: primo tra tutti l'insequestrabilità di ogni contenuto informativo diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale. In questo modo si sarebbe, almeno, potuto dire "onori e oneri" mentre, così, l'informazione in Rete finisce con l'essere svilita ad un'attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella più parte dei casi, non retribuita affatto. Basterà la passione ad indurre i protagonisti del cosiddetto web 2.0 a resistere anche a tale ulteriore aggressione o, questa volta, getteranno la spugna consegnando la Rete ai padroni dell'informazione di sempre?
Chiediamocelo e, soprattutto, chiediamolo a chi ha voluto questa nuova inaccettabile legge ammazza-Internet.

Guido Scorza

www.politicheinnovazione.eu

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  • : In Vino Veritas
  • : Questo blog nasce grazie alla collaborazione col Prof. Lelio Alfonso, docente dell'Università di Parma in Informatica applicata al giornalismo, per cercare di chiarire quali sono i vantaggi della creazione di un blog e per spiegare la mutazione dei mass media, in particolare del giornalismo con l'avvento di internet. Inoltre, in questo blog troverete curiosità sugli argomenti più svariati. Ovviamente, i temi trattati sono esclusivamente di mio interesse. Buon blog a tutti.
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